Autore del progetto
Progetti / ANTONIO BARBATO

FORANEO

Località MIRA
Anno 1998
Condizioni Opere realizzate
Tipologia Recupero, restauro e ristrutturazione
Struttura prevalente Acciaio
Navigare Necesse Cosa spinge degli architetti a trasformare un vaporetto del 1916 nel proprio studio e ormeggiarlo in uno slargo del canale Brenta, alle porte di Venezia? Una scelta eccentrica in Italia, soprattutto vista la discrezione che accompagna i loro passi. La discrezione si spiega con il fatto che questa scelta è autentica: non una boutade promozionale, ma la condizione per ideare e realizzare i propri progetti, preservando la spinta alla trascendenza tipica dell'umanità e peculiare per l'artista creatore. Oggi si progetta ovunque e comunque, nel mondo e a casa propria, senza limiti. In questo possibilismo allarmante perché confonde una potenzialità tecnologica e virtuale con l'immaginazione creatrice, tre uomini decidono di scendere nell'acqua, muoversi con la corrente, sempre uguale e sempre diversa, pensare con la testa fra le nuvole e con le nuvole sotto i piedi. Questo nasconde una precisa responsabilità intellettuale: mantenere con la terra un imprescindibile legame. Il pontile. Questo mobile legame con il mondo è la garanzia della concretezza, della scelta consapevole e dialettica di questi architetti. Di lì loro stessi passano ogni mattina e sera, di lì entrano i clienti e i curiosi. Chi attraversa quel confine di ferro e legno riflette, volente o no, che sta entrando in un tempo diverso, dato dalla dimensione acquatica, dinamica e dialettica. Almeno una volta è costretto a parlare, chiedere, ascoltare, scambiare qualcosa di assai terrestre, con i piedi che ballano. La barca è l'archetipo della culla riscoperta, il guscio per attraversare l'oceano delle esperienze in una comunità di simili. Si tratta dunque di una spinta regressiva, che potrebbe far mollare l'ormeggio e andare per il mondo? Il privilegio della diversità a tutti costi? O ancora la ricerca della trascendenza, un'estrema spinta eremitica alla ricerca di una dimensione utopica? Un'utopia sociale, una garanzia per praticare il mestiere del costruire, lontano dal frastuono? Non esattamente. Sul Foraneo si lavora, dall'intuizione, all'intenzione, dalla volontà alla professionalità esecutiva su di un fondo mobile, che funziona in virtù dell'ultradeterminazione delle regole e della versatilità dei naviganti e in cui, ancora più che in uno studio urbano, la cooperazione e la responsabilità personale sono leganti fondamentali. È l'esempio di un'integrazione tra umanità e ambiente naturale, non di una sottomissione egoica della prima verso il secondo. Qui l'uomo per frequentare l'acqua vi si avvicina con un forma antica, il guscio. Si adatta alle sue necessità e la adatta alle proprie tramite una barca, senza la violenza unidirezionale che accompagna la fondazione sulla terra. Se radicarsi limita le possibilità evolutive... Navigare necesse. Non miglia e miglia lontani, ma attraverso la capacità ideativa e creatrice, stimolati da un corso d'acqua lento e inesorabile, anche ormeggiati. Per un architetto che ha l'opportunità di rendere visibile una posizione estetica, ideologica o concettuale è un'occasione favorevole: preservare una dimensione utopica al proprio fare sulla terra, e preservarla attraverso l'acqua, avendo intuito che per essere autentici progettisti, si deve provare almeno ad essere uomini felici. Luisa Fantinel
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